Elisabetta Consonni
artista residente 2020
artista ospite 2021

Elisabetta Consonni

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2020 artista residente

Partendo dai due lavori all’attivo Be water my friend e Ti voglio un bene pubblico, l’uno che affronta in maniera installativa il problema geopolitico inerente alla risorsa dell’acqua e l’altro, in linea con una ricerca portata avanti da anni, sulla relazione tra performativita’ e spazio pubblico, il quesito piu’ ampio che mi interessa ffrontare riguarda la relazione tra la pratica artistica e la pratica politica.

Come un aspetto politico viene indagato nel trasformarsi in prodotto artistico? Quanto di politico devo far rientrare nel processo di creazione?
Posso sperare in un impatto sociale e considerare il lavoro artistico come detonatore di cambiamento sociale?
Perche’ mi interessa tanto la questione arte-politica?

Il tempo dedicato a ricerca X diventerebbe quindi una sospensione dal tempo produttivo, per riflettere sulla piega che la mia pratica artistica ha preso negli ultimi anni, senza una necessita’ di cristallizzare il tutto in categorie ma almeno mettendone a fuoco certi aspetti.

Coreografa tutto, essere umani e disumani, oggetti mobili e immobili, mappe, interstizi e gruppi vacanze spaziali per costruire una rete di relazioni, sottili e forti, come il vetro di zucchero.

Laureata  in Scienze della Comunicazione con una tesi sulla costruzione sociale del corpo nella danza, frequenta The Place- London Contemporary Dance School (2004-2005) e approfondisce indipendentemente la ricerca in ambito performativo ed esistenziale in Olanda (2005-2009)  e in Polonia (2013-2015).

I suoi lavori Maquillage (2007), Fotoritocco (2012, vincitore di Presente Futuro Palermo 2012), Plutone (2016) e And the colored girls say: doo da doo da doo da doo (2018, progetto finalista a DNA appunti coreografici 2016 e Cross Award 2017) si situano nello spazio di dialogo tra la danza e altri linguaggi artistici. Dal 2013 è ideatrice di Ergonomica, un progetto di ricerca di arte performativa nello spazio pubblico e di dispositivi di attivazione della partecipazione civica . All’interno del progetto realizza le azioni site specific  We want to become architecture e Go with the flow ( Polonia, 2014), la costruzione coreografata di Pompenpurg Park (Rotterdam, Biennale di Architettura 2014), Il secondo Paradosso di Zenone ( 2016), Abbastanza Spazio per la più tenera delle attenzioni (progetto per la Biennale Danza di Venezia 2016) e cura, assieme a Connecting Cultures, il simposio Spazio Ergonomico (sempre nell’ambito di Biennale Danza 2016). Nel 2019 vince il bando Open- Creazione [Urbana] Contemporanea con il progetto Ti voglio un bene pubblico.

Elisabetta Consonni partecipa a: Edizione 2020, Edizione 2019,

Annika Pannitto

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The Third Table è una ricerca coreografica sulla possibile costruzione di un oggetto che eccede qualsiasi significato specifico. Un oggetto che è, autonomo, e che non rimanda o funziona come metafora per altro.
 La ricerca apre una riflessione che già qualche anno fa si era presentata come un’intuizione: la possibilità cioè di considerare la danza come ciò che “fa” lo spazio e il tempo, e non come una produzione di significati.
 Questa ricerca è dunque un ulteriore passo in avanti: non solo la danza “fa” lo spazio e il tempo, ma genera un altro oggetto che, seppur invisibile, si può percepire come un volume.
L’osservazione del processo mentale e fisico che si attiva durante la produzione della danza è la pratica centrale in questa ricerca per formulare l’esposizione di un pensiero in movimento, un’articolazione fisica che è il risultato di una serie di relazioni che succedono nel corpo che danza. 
La ricerca pone anche l’accento sulla performance come un incontro tra l’opera e il pubblico, in cui tutti i punti di vista e le interpretazioni sono reali e vere.
 Lo sguardo, e dunque il meccanismo della rappresentazione, diventa un altro aspetto centrale di questo progetto.
La principale domanda emerge necessaria: data la natura effimera del movimento, e la sua caratteristica di invisibilità (è possibile vedere il corpo che produce il movimento ma non il movimento stesso), cosa vediamo quando ci troviamo di fronte a una danza? Come si può generare dal vivo un oggetto coreografico che prescinde il corpo? 
The third table è forse proprio quello che emerge partendo da una serie di condizioni, e che diventa l’oggetto in comune tra chi produce la danza e chi la guarda.

Annika Pannitto è coreografa, danzatrice e ricercatrice nell’ambito della coreografia contemporanea.
Il suo lavoro ha a che fare con relazione tra danza e coreografia e guarda al corpo umano e alla sua relazione con lo spazio e il tempo.
I suoi lavori sono stati ospitati in diversi contesti Europei (tra gli altri, il teatro Schouwuburg di Rotterdam, l’Atelier Re.Al di Lisbona, il Festival Diskurs di Giessen, il Centro Danza Canal di Madrid).
Collabora regolarmente con artisti di altre discipline per arricchire la sua pratica e imparare da altri percorsi artistici.
Insieme alla designer Erica Preli cura dal 2012 la pubblicazione Table Conversation.

The Third Table

un progetto di ricerca ideato da Annika Pannitto
in collaborazione con Elisa D’Amico
foto Italy Marom

annikapannitto.com

The Third Table

un progetto di ricerca ideato da Annika Pannitto
in collaborazione con Elisa D’Amico
foto Italy Marom

annikapannitto.com

Annika Pannitto partecipa a: Edizione 2019,

Marina Donatone

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Il progetto di ricerca LOOK MA, NO HANDS muove dal tentativo di studiare la funzione della scelta in rapporto alla generazione del movimento. A partire dall’ascolto del peso inteso come forza motrice, il corpo che danza viene interrogato su quei processi di negoziazione tra controllo e abbandono che lo spingono a dire sì a un movimento piuttosto che a un altro.
Contestualmente al lavoro sulla pratica, si intende andare a fondo dei sistemi di trasmissione attraverso i quali questa ricerca si attiva e di come questi si definiscono a partire dal suo oggetto, provando a chiarificarne gli elementi essenziali.
L’intento è di raggiungere uno stato del corpo in cui i danzatori si sperimentino come fossero su una  una tavola da surf, dove l’accogliere il movimento dell’onda che avanza è un tutt’uno con la possibilità di governarla, giocando con una certa “potenza fisica del fare o del non fare, del sì e del no”, modulando l’eredità di un movimento che li precede, e che pure non esisterebbe senza di loro.

Marina Donatone nasce a Roma nel 1993. Si forma presso la Budapest Contemporary Dance Academy, studiando con insegnanti quali Eva Karczag (Trisha Brown), Adrien Hód (Hodworks) e Marco Torrice (Rosas), e si perfeziona seguendo laboratori di Laurent Chétouane, Silvia Rampelli e Adriana Borriello. Nel 2013 è tra gli artisti in residenza del progetto di Fabbrica Europa Nostoi – histoires des retours et d’exodes, in collaborazione con il Teatro Nazionale di Tunisi e sotto la direzione di Michael Marmarinos. Dal 2014 al 2016 prende parte a Biennale College Danza all’interno della Biennale di Venezia. Nel 2017 è una dei partecipanti a DANCE MAKER 1, corso di alta specializzazione sulle pratiche coreografiche a cura del CSC – Centro per la Scena Contemporanea di Bassano del Grappa.
In qualità di danzatrice ha lavorato in Italia con artisti e coreografi quali Virgilio Sieni, Jacopo Miliani e Andrea Costanzo Martini e all’estero con il coreografo ungherese Csaba Molnár. Parallelamente all’attività di danzatrice ha collaborato come dance maker alla realizzazione di performance per spazi non convenzionali, tra cui il Museo Civico di Bassano del Grappa (con il sostegno del CSC di Bassano del Grappa) e l’Accademia di Belle Arti di Brera (produzione Zona K e Stanze). Il suo primo progetto autoriale LOOK MA, NO HANDS è finalista a DNAppunti coreografici 2018 all’interno di Romaeuropa festival. Nel 2019 è una dei partecipanti a Boarding Pass Plus Dance, progetto per l’internazionalizzazione e la mobilità di giovani artisti e operatori under 35, curato da Short Theatre, CSC – Bassano del Grappa, Lavanderia a Vapore, Indisciplinarte/Terni Festival e Santarcangelo Festival.

Marina Donatone partecipa a: Edizione 2019,

Rebecca Marta D’Andrea

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Esiste uno spazio interattivo che collega il mondo reale e la dimensione inconscia? Può la creatività darci una chiave per diventare co-creattori più consapevoli in questo spazio liminale?

Tramite una ri-scrittura poetica, il corpo diventa un paesaggio malleabile. capace di accedere ad un io profondo dove è racchiuso un senso di se’ universale. Che intersezioni possono emergere tra il nostro spazio interiore e lo spazio esteriore
quando manteniamo questa coscienza? Possiamo dar voce ad una realtà primordiale di cui siamo tutti parte e trovare un nuovo linguaggio che ci accomuna in questo sentire?

A partire dalla prospettiva fenomenologica che il nostro corpo è parte dello spazio e non separato da esso, dando voce al nostro archivio personale di memorie, desideri e immagini inconsce apriamo la possibilita’ di comprendere una parte piu’ essenziale di noi stessi, composta di significati archetipi,forme simboliche individuali e transpersonali in trasformazione costante da cui
siamo mossi e che muoviamo.

Attraverso la danza, in un processo di riscoperta e riorientamento creativo di queste memorie, tramite un ascolto profondo del corpo, descostruendo i canali percettivi, possiamo accedere ad uno spazio liminale di interazione capace di trasformare la nostra percezione di questi archetipi.
Facendo esperienza delle sensazioni presenti nel corpo la mia ricerca investiga come l’ immaginario del corpo possa trasformarsi in ‘immagine cinetica’, fonte propulsiva per il movimento. Cosa accade al tracciato del corpo quando rivive il
proprio sogno interno? Che nuove coordinate spazio temporali possono emergere tra piu corpi in questa ricerca?
Come comunicano queste ‘immagini cinetiche/immagini sogno’ tra loro?

Nello spazio tra stasi e movimento la mia ricerca vuole investigare le intersezioni tra percezione interiore ed esteriore, ri-abitando uno spazio liminale più vasto e transpersonale. Riprendendo coscienza del nostro senso cinetico e utilizzando la ‘sinestesia’ come modalita’ percettiva che oltrepassa modalita’ abituali di utilizzo dei sensi primari a cui generalmente ci affidiamo,sono interessata a investigare i fili che collegano le pluridimensionalita’ del corpo. e le possibilita` comunicative che emergono da questo ri-orientamento nello spazio-tempo.

Rebecca Marta D’Andrea è una danzautrice e ricercatrice di danza. Nata nel 1983, dal 2003 vive tra Inghilterra e Italia. Laureatasi in coreografia presso il Dartington College of Arts nel 2006, nel 2016 ha conseguito un Master in Pratiche Creative a Trinity Laban Conservatoire of Music and Dance, Independent Dance e Siobhan Davies Dance di Londra con il supporto di una borsa di studio Gill Clarke di Leverhulme Trust.
La sua ricerca artistica artistica indaga le potenzialità del corpo creativo di rivelare nuovi aspetti nel dialogo tra diverse forme e linguaggi artistici, come strumento per svelare pluridimensionalita’ percettive all’interno del nostro senso del ‘reale’ parte di un complesso sistema di fenomeni interconnessi in trasformazione costante.
Ha vissuto a Bristol dal 2012 dove ha insegnato regolarmente Contact Improvisation, Danza Contemporanea e Danza Creativa a professionisti e non. A Torino ha recentemente collaborato con il Collettivo Arcadia PAN-k Ensemble e insegnato presso ArteMovimento Centro di Ricerca Coreografica.

Rebecca Marta D’Andrea
Movement Artist

rebeccamartadandrea.wordpress.com
fb LiminalBody

(la foto in primo piano e’ di Jasmin Kokkola dal progetto Divine Ridiculous di Daniel Hernandez, la foto a figura intera è di Chiara Bizzarra Giovanelli)

Rebecca Marta D’Andrea
Movement Artist

rebeccamartadandrea.wordpress.com
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(la foto in primo piano e’ di Jasmin Kokkola dal progetto Divine Ridiculous di Daniel Hernandez, la foto a figura intera è di Chiara Bizzarra Giovanelli)

Rebecca Marta D'Andrea partecipa a: Edizione 2019,

Lucia Guarino

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Dalla necessità di approfondire alcune tematiche affrontate nella mia tesi di laurea in architettura “lo spazio del vuoto”, e da “in.col.to” performance site-specific per il Jardin Mandalà di Gilles Clement presso il PAV di Torino.
“In.col.to, pratiche di biodiversità” si propone di ricercare una metodologia di osservazione e abitabilità del paesaggio: sapere dove si abita per sapere come agire. Pensare il corpo come materia di possibilità di significato, in relazione consapevole con l’architettura intesa come l’arte umana del costruire e l’architettura della natura.
Nell’era dell’“antropocene” ha un senso riflettere su cos’è realmente per noi oggi paesaggio: studiare il punto di vista da cui si guarda, e analizzare la postura che si assume rispetto ad un dato sistema di elementi in relazione fra di loro o di quale postura il sistema ci fa assumere.
Partendo proprio da quei luoghi in cui è possibile mettersi ancora in ascolto con esso e che di per sé sono luoghi che parlano di “resistenza” come giardini, edifici abbandonati, angoli incolti , baschi , spazi dove l’attività umana è assente e percepiamo come “vuoti” ma che sono humus per la libertà, si potrebbe costruire una resistenza culturale e artistica attraverso l’interrogarsi, il mettersi in crisi, lasciarsi spazio per osservare e lasciar accadere, ascoltare e agire responsabilmente , capire cosa significa esserci.
Le sessioni di lavoro saranno inoltre supportata e sostenute dalla collaborazione di: PAV, (Parco Arte Vivente Torino), Terzo Giardino – Firenze

Dopo gli studi di danza classica e moderna. Si trasferisce a Firenze e in parallelo alla laurea in architettura approfondisce la sua formazione nella danza contemporanea tra l’Italia, il Belgio, la Spagna e l’Argentina. Partecipa inoltre a progetti di formazione incentrati sulla coreografia e l’insegnamento come “DanceMovesCities” 2013, “KLM” 2015 , “Volcano#3”2017 , “Dance Well” – teaching course 2018.
Come interprete lavora con Semi Cattivi Compagnia, Romeo Castellucci, Lisbeth Gruwez, Anna Marocco, La Società dello Spettacolo, Camilla Monga, Daniele Ninnarello, Compagnia Simona Bertozzi, Compagnia Virgilio Sieni.
Come coreografa con i suoi progetti partecipa a : PrivatFlat#6 e #7, Sinfonie per
Appartamenti, PerformatiAltri2013, OPERARI Galleria Cinica, La Biennale di Venezia, DanceMovesCIties2014, TerniFestival2014, PerformingSantaCaterina2015, PerformatiAltri2015, Terni Festival 2015, “TeatrumBotanicumEmergingTalents 2016” PAV Torino, Young Jazz Festival 2016, Passages ’18 ,PF2017 TeatroLiberoPalermo, BEFESTIVAL’17 Birmigham, Nexus Factory’18, NovaraJazz’18.

in.col.to
pratiche di biodiversità

un progetto di  Lucia Guarino
con il supporto alla collaborazione di  Emma Tramontana, PAV – parco arte vivente (Torino), Terzo Giardino – Firenze

in.col.to
pratiche di biodiversità

un progetto di  Lucia Guarino
con il supporto alla collaborazione di  Emma Tramontana, PAV – parco arte vivente (Torino), Terzo Giardino – Firenze

Lucia Guarino partecipa a: Edizione 2019,

Riccardo Guratti

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L’arte ha assunto sempre di più, per me, la funzione di scoprire e riscoprire le piccole cose, i dettagli, i codici nascosti dietro l’apparente realtà delle cose.
E’ strumento di decodificazione, è la scienza dell’istinto e dell’intuizione, è la mano che toglie la polvere per vedere cosa c’è sotto.
Negli ultimi due anni, ho indagato la relazione che c’è tra il processo di pensiero, la sua logica e l’intuizione, l’istinto e i simboli atavici.
Il modo in cui pensiamo modella la relazione che abbiamo con lo spazio e il tempo, le logiche e il processo di riconoscimento.
Se applichiamo questo ragionamento al corpo, il modo in cui pensiamo modella la percezione dell’interno e dell’esterno, ridefinendo in ogni momento la relazione con lo spazio-tempo-movimento e il conseguente sistema di creazione di un possibile significato attraverso i simboli.
Ciò che è dentro, è fuori. Ciò che è nella parte posteriore, è di fronte. Creare qualcosa che sia vissuto a 360°.
Voglio essere in contatto con statue greche così come con alieni e gli UFO allo stesso tempo.
Questo corpo è una terra di possibilità che prende o non prende forma in spazi possibili e tempi possibili simultaneamente.

Riccardo Guratti (IT/NL) nasce a Cori sotto l’influenza della Luna in Venere. A 10 anni, camminando nei boschi, incontra un gruppo di unicorni e decide di studiare teatro per avvicinarsi il più possibile alla bellezza e al senso di comunità. A 17 anni incontra poi una leonessa nera, e una rossa mantide religiosa ed entrambe, con la pazienza e il credo di un maestro di KungFu, lo introducono nel mondo del movimento, dandogli la possibilità di migliorare, crescere ed aprire i suoi orizzonti creativi al di là degli aspetti formali. Studia, poi, all’Accademia di Danza Nazionale di Roma, dove tra il Colosseo e le scie chimiche, decide che la danza e la coreografia erano la sua vita. Si sposta a Palermo, Berlino e Amsterdam seguendo la migrazione delle oche, approdando infine all’SNDO School for new dance development. Dal 2010 sviluppa i propri lavori, variegati nelle forme tanto quanto le persone che incontra e i luoghi che vive. Collabora con il coreografo Matej Keizar che, come Riccardo, crede che il corpo nasconda simboli segreti e ultraterreni. Dal 2016 dirige, insieme a Davide De Lillis ed Eleonora Morza, il Cala Festival perché crede fermamente che il nord, oggi più che mai, debba migrare al sud proprio come le oche.
Dal 2016 organizza il festival di performance art C.A.L.A. Contemporary Actions Loose Aesthetics a Cori,(IT). Nel 2018 è stato selezionato per la sezione Nuove Traiettorie XL del network Anticorpi XL e per DNAppunti Coreografici tra i 6 finalisti.

Riccardo Guratti partecipa a: Edizione 2019,

Donatella Morrone

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La ricerca affrontata negli ultimi anni ha posto l’attenzione in maniera sempre più approfondita sulla relazione del corpo in reazione agli spazi architettonici, sulla genesi del movimento in base alle forme e alle suggestioni delle visibili realtà nelle quali il corpo si inserisce.La Ricerca attuale si sofferma su concetti basilari che compongono lo spazio tangibile ed astratto, come per riempire di azioni significanti e articolate le teorie già affrontate in ambito artistico dai pittori del ‘900, primo fra tutti Wassily Kandinsky.“Punto, linea, superfice”, è il titolo del libro di Kandinsky dal quale si sviluppa la Ricerca prendendo fortemente in considerazione le analisi Scientifico-Artistiche dei tre elementi.Il progetto è suddiviso in Capitoli ( I,II,III), ognuno dei quali contiene un certo numero di “Studi” i quali nascono dalla chiarificazione tecnica, teorica, cristallina delle proprietà intrinseche alla forma, del segno grafico analizzato minuziosamente nella funzione per poi, una volta esser giunti all’essenza, arrivare a delle effettive “traduzioni” libere ma rispondenti al tempo stesso a dei parametri validi indipendentemente dal tipo di mezzo utilizzato(corpo, macchina da presa, tele e quant’altro). Le “traduzioni” sono molteplici e differenti, molte delle quali attraversano Pratiche artistiche sviluppate nel tempo e rimesse in gioco, così come molteplici sono i mezzi utilizzati e le figure coinvolte: musicisti,grafici, light designers, designers, video-makers, fotografi, scrittori, danzatori, attori, performers, architetti. Il progetto si avvale,infatti, delle collaborazioni di più artisti e professionisti di vari settori (non necessariamente artistici nel senso stretto del termine) , i quali operano, a seconda della fase progettuale, per rendere all’ipotetico fruitore più che un “prodotto” una testimonianza di ricerca che si fa essa stessa frutto artistico.La direzione della ricerca è salda e radicata su concetti fondati in quello che nella storia dell’arte è stato definito come un trattato di pittura e geometria “qualitativa”.Concetti di fisica, matematica, pittura, composizione si fondono così su più livelli di analisi, da quello immaginifico e astratto a quello più materico e concreto.Il progetto mira, nel tempo, ad una composizione complessiva della totalità delle traduzioni che abbiano in successione logica dei propri colori, dei propri suoni, dei propri caratteri che possano, come in un dipinto, intersecarsi gli uni agli altri al momento della condivisione.La semplicità delle questioni più primitive faranno da iter nella ricerca al fine di ascoltare la forma e renderla udibile, visibile e instrisa di “sensi”.

Dopo gli studi presso Kaos Balletto di Firenze, procede con la sua formazione in Italia e in Belgio, con un maggiore interesse verso le tecniche d’improvvisazione. Tra le personalità più influenti vi sono Chrysa Parkinson, Samantha Van Wissen, Matej Ketjzar, Dominique Duszynski, Adriana Borriello, Simona Bertozzi, Frey Faust, Michele Di Stefano, Enzo Cosimi ed altri. Dopo gli studi di Tecniche Compositive e Coreografia presso l’ A.N.D. Accademia Nazionale di Danza, sotto la direzione di Adriana Borriello, lavora con la coreografa Dominique Duszynski in Belgio e Olanda e al tempo stesso a progetti personali, quali “Moving in a metric space” ed “EmptyPool”. Dal 2014 include nel suo lavoro anche progetti fotografici e video in collaborazione con artisti visivi. Nel 2016 sviluppa la sua passione per il djing, che prende parte nella sua ricerca, nei suoi progetti e performances. Dal 2014 ad oggi è danzatrice della Compagnia Adriana Borriello e lavora a progetti personali incentrati sulla relazione del corpo con gli spazi “vuoti” e sui “Non-luoghi”, attraverso lo studio di strutture architettoniche.

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Donatella Morrone partecipa a: Edizione 2018,

Marta Olivieri

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Trespass | processing an emerging choreography, desidera aprire lo spazio ed il tempo alla contemplazione. Si inserisce nella ricerca tra il visibile e l’invisibile e integra il lavoro di S.U.D.M.U.P. al suo interno. Si propone di indagare la moltiplicazione dello sguardo e l’emersione di un corpo, attraverso l’assorbimento e la restituzione. Si serve della coincidenza ma non esclude la discrepanza. Due interpreti abitano lo spazio, osservando il circostante con l’obiettivo di restituirne una interpretazione generata dall’incontro tra il me e il resto. Non è prevista una divisione tra pubblico e performer. Chi osserva, può attraversare e modificare lo spazio muovendo il proprio punto di vista, spostando il circostante.
La struttura del lavoro ne permette la continua scrittura, presentando ad ogni riproduzione una nuova emersione, come conseguenza di un luogo abitato peculiare.

Marta Olivieri è autrice e performer. Il suo lavoro si propone di interrogare le infiltrazioni che muovono un corpo. Scritture, suoni, temperature e asfalto sono gli ambiti della sua ricerca. Il corpo si muove tra il visibile e l’invisibile e tenta un continuo accadimento ai lati della struttura. La creazione desidera costruire un terreno comune all’interno del quale possano coesistere struttura formale e i suoi possibili allagamenti. Si forma presso Formazione Bartolomei. Frequenta i corsi Modem presso Scenario Pubblico. Nel 2015 incontra Marta Ciappina, interprete, movement coach e didatta, con la quale inizia un percorso assiduo di studio. Si forma inoltre con: M. Kejzar, M. Kilvady, G. Scarcella, J. Neves , A. Cristiani, E. Giannotti, M. Rizzo, C. Delorenzi, E. Gervasi, A. Ajmone, C. Morganti, K. Takagi. Nel 2018 si diploma come Somatic Movement Educator all’interno del programma di formazione Body-Mind Centering® e conduce dallo stesso anno laboratori di ricerca somatica e compositiva presso Scenario Pubblico. Lavora come interprete per DOM-, ha lavorato con Riccardo Guratti e Michele Rizzo. Dal 2019 prende parte al progetto Roma Non Esiste (DOM-), dallo stesso anno partecipa alla curatela del progetto SiR. Collabora con ATI Suffix, collettivo di architetti, artisti, filosofi e ricercatori, il cui lavoro intreccia architettura e arte relazionale, e con Roberta Mansueto | takecare.

Marta Olivieri partecipa a: Edizione 2016-17,

Elisa Ferrari

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ACETATO è il secondo lavoro di un progetto più ampio dal titolo Although of Course You End Up Becoming Yourself che si identifica come contenitore di indagine sulle pratiche di danza che assumono il ruolo culturale di aggregatori sociali nel contesto urbano e nell’ambito del quotidiano. Camminando per la mia città mi sono imbattuta in un gruppo cospicuo di ragazzi da tutta europa che si erano ritrovati in un parco per danzare insieme un ballo chiamato Jump Style. I ragazzi si alternavano in coreografie singole e di gruppo, duetti e sfide. Ogni coreografia veniva ripresa con la telecamera e poi, come mi hanno raccontato in seguito, messa successivamente online. È infatti attraverso la rete che questi ragazzi divengono una vera e propria comunità che sconfina i limiti geografici. Una piccola rivoluzione dal basso, il bisogno fortissimo di riconoscersi in qualcosa, e ho trovato bellissimo che fosse nel corpo. Da qui nasce il progetto ACETATO, dall’osservazione della realtà e dalla necessità di ripensare il “ballo” come veicolo di significati altri, come apertura, come dichiarazione, come celebrazione del proprio essere umani.

Elisa Ferrari è un’artista attiva in Italia e Francia nell’ambito della performing art e delle arti visive. La sua ricerca ruota intorno alle questioni legate al corpo e al movimento e si definisce in azioni e dispositivi che si allargano ad una pluralità di linguaggi tra cui la composizione coreografica, la performance, l’azione partecipata e l’installazione. Laureata in Arti dello Spettacolo presso l’Università degli Studi di Milano, si forma artisticamente frequentando il corso professionale triennale diretto da Susanna Beltrami presso MAS (Milano) e prendendo parte ai progetti internazionali Choreographic Collision (DanzaVenezia e Biennale Danza di Venezia – 2010) e il Corso di Alta Formazione per Danzatori di OperaEstate Festival Veneto (2010), ai quali ha partecipato come borsista. Come danzatrice e performer è stata interprete negli spettacoli di Susanna Beltrami, Walter Manfré, Ismael Ivo, Andrée Ruth Shammah, Roberto Castello, Melissa Cisneros (La Mecedora). Dal 2009 collabora con Ambra Senatore in qualità di assistente alla creazione e danzatrice. Nel 2011 con Sara Catellani e Davide Manico fonda Collettivo PirateJenny, compagnia attiva nell’ambito della ricerca coreografica, di cui è co-autrice ed interprete. Nel 2014 inizia la collaborazione con la fotografa e videomaker Ilaria Turba con cui sviluppa progetti di arte partecipata e di formazione in contesti socialmente problematici. L’anno successivo con l’artista e dj Giulia Tosi dà vita ad EFFETTI, gruppo di ricerca attento alla questione dell’arte relazionale e alle pratiche che includono new media arts e movimento corporeo. Alla carriera artistica affianca un’intensa attività di studio e ricerca nell’ambito dell’estetica dell’arte e della performing art. Nel 2015 è assegnista per il progetto “Seminario Avignon” organizzato da Festival D’Avignon e ProHelvetia, per cui riceve il sostegno da Movin’Up e GAI. Il suo segno zodiacale è l’Acquario, il suo colore preferito al momento è il bianco.

Elisa Ferrari partecipa a: Edizione 2016-17,

Margherita Landi

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“E’ una memoria ben misera quella che permette di ricordare solo ciò che è già accaduto”

Il progetto apre uno studio sulla percezione della porzione di spazio non visibile. Una riflessione sulla sincronicità, sull’intuizione, su cosa può scardinare le nostre abitudini quando compiamo delle scelte o ascoltiamo il mondo intorno a noi.
L’obiettivo è estendere le percezioni fisiche dando alle coincidenze sincroniche la possibilità di accadere. Dopo una prima fase di elaborazione di un training su questo tema, mi sono posta la sfida di elaborare dei duetti “sincronici” di improvvisazione, che avverranno nello stesso spazio, ma in tempi diversi, filmati da uno stesso punto di vista e poi sovrapposti, indagando così un concetto di drammaturgia altamente sensibile, inconscia e completamente collettiva.

Margherita Landi è danzatrice e coreografa italiana Laureata in etno-antropologia.
Dal 2011 lavora come artista indipendente creando spettacoli che focalizzano l’attenzione sulla relazione tra danza e antropologia, sviluppando un approccio alla coreografia basato sull’improvvisazione e una ricerca interdisciplinare che mette in relazione poesia, danza, scienza e nuove tecnologie.
Lavora come coreografa e danzatrice in collaborazione con artisti internazionali della scena europea tra i quali Iraqi Bodies, Yumiko Yoshioka, Makiko Ito, Alfredo Genovesi, Katie Duck, Dance Elixir, MonoCollective.

Margherita Landi partecipa a: Edizione 2016-17,